A chi servono davvero le formazioni in videoconferenza?

di don Domenico Bruno

Si stava meglio quando si stava peggio?

Prima dell’epidemia di Covid19, non erano molti a conoscere l’esistenza di sistemi di videoconferenza e solo pochi addetti ai lavori sapevano districarsi nell’uso, ancora meno erano quelli che li utilizzavano per una formazione online.

Uno degli aspetti positivi di questa quarantena è stato l’enorme impulso a un forzato e rapido aggiornamento alla conoscenza e all’uso dei sistemi di comunicazione. Abbiamo imparato a usare internet non solo per svago, ma anche per informarci di più, per cercare ricette da realizzare in casa, ma soprattutto abbiamo imparato che non esistono solo i messaggi vocali o le tradizionali chiamate telefoniche individuali, ma anche videochiamate di gruppo.

Dopo aver assistito alla rapida obsolescenza di Skype che i più credevano essere l’applicazione di videochiamata più efficace rivelatasi limitata sotto diversi punti di vista, abbiamo assistito alla scalata del successo di diverse altre applicazioni simili ma più performanti che subito ci hanno aiutato a festeggiare in streaming, trascorrere serate alternative, istituire “apericasa”, “discocasa” e non ultimo attivare una didattica a distanza (o dovremmo dire distante?) che ha colto il nostro paese in flagrante impreparazione.

 

Fatta la legge, trovato l’inganno.

Se da un lato internet ci ha aiutato a non perderci di vista e a non perdere troppe lezioni, per molti ha sicuramente raddoppiato gli impegni. Conferenze, webinar, lezioni, incontri formativi di ogni genere si sono moltiplicati in modo esponenziale, complice l’illusoria convinzione che abbiamo più tempo libero. Ma se questo era vero all’inizio della quarantena, non lo è più ora. Infatti non si tiene conto del fatto che siamo stati costretti a riprogrammare le nostre giornate, a rivedere le nostre abitudini e, per chi ne ha avuto la possibilità, riorganizzare i propri impegni in modalità smart working.

Tra i benefici dello smart working, c’è la possibilità di organizzare lo svolgimento del lavoro, con un miglior bilanciamento di vita privata e lavorativa (work life balance) in merito a tempo e spazio, diminuendo così lo stress da lavoro. Ma senza saperlo, proprio lo smart (dall’inglese “pratico, agile”) è diventato una trappola. Infatti l’interruzione improvvisa delle diverse formazioni ha portato in poco tempo a trovare soluzioni virtuali, senza tener conto del linguaggio che si andava ad utilizzare. In sostanza si è caduti nel banale errore di tradurre in termini digitali tutto ciò che facevamo prima con tempi e modalità che venivano normalmente impiegati nei meeting fisici.

Il risultato? È come se parlassimo una lingua conoscendone i vocaboli ma non le regole. Noi crediamo sia tutto facile e che tutti ci capiscano, i madrelingua dopo un po’ faticano a seguirci e disconnettono il cervello.

 

Online è offlife.

Tutto ciò ha portato alle ilari situazioni (per non dire imbarazzanti) di preti, ad esempio, che celebrano i sacramenti in modo bizzarro. Per carità, magari lo avevano sempre celebrato in quel modo, ma quanto meno l’indecenza restava segregata tra le mura parrocchiali insieme all’illusoria convinzione dei suoi fedeli che quella fosse la normalità. Per non parlare delle sedute di alcune giunte comunali dove qualche politico con disinvoltura si concede a piaceri che altrimenti in pubblico non potrebbe esporre. Non mancano le lezioni con studenti che fanno finta di guardare in cam mentre chattano su whatsapp web, o catechismo online in cui ignari ragazzini sono costretti a seguire l’ennesima “lezione scolastica” circa un Gesù che vogliono convincerci essere buono ma non si capisce perché abbia permesso questa pandemia. Per giungere poi al risultato che giovani esausti, anziché trovare giovamento e sano svago in internet (magari proprio grazie alla parrocchia), sono costretti a scrivere che andrà tutto bene, per poi assistere a qualche ragazzo che aggiunge una più sincera postilla denunciante il suo reale pessimismo.

Tutto ciò che si fa online è solo un riflesso della nostra vita offline, è solo un frammento di ciò che siamo realmente… anzi nel digitale ci creiamo un’altra realtà, un’altra identità… siamo perfetti perché abbiamo scelto di apparire così, come quando con la cam del pc durante le videoconferenze decidiamo cosa far vedere agli altri utenti.

 

Ma quindi? Gettiamo la spugna?

La Chiesa è sempre stata antesignana e avanguardista circa la tecnologia e i nuovi sistemi di comunicazione, pensiamo a Leone XIII col cinema, a Pio XI con la radio, a Benedetto XVI coi social network. Una lezione di Chiesa pronta a utilizzare questi meravigliosi strumenti frutto del progresso tecnologico prodotto dall’ingegno umano che Dio creatore ha donato alle sue creature (come si legge nel primo documento conciliare Inter mirifica).

Eppure, proprio gli uomini e le donne di Chiesa sembrano aver tirato un freno a mano nel modo di concepire la tecnologia, credendo di poter tradurre in maniera digitale tutto ciò che si faceva esattamente in modo fisico. La brava tecnologia che sembrava aver raggirato l’ostacolo però non considera le avvertenze degli esperti (anzi, non li consulta proprio!) perché ciascuno si crede bravo, basta imparare a sollevarsi un po’ per poter volare. Ed ecco l’errore di Icaro che si lascia prendere dall’ebbrezza del volo per poi precipitare giù, perché le sue ali non erano ben aderenti al suo corpo, ma solo appiccicate con materiale inappropriato.

Così è per la pastorale che crede basti conoscere gli strumenti per poterli utilizzare. È un grande errore pensare che ciò che si faceva nelle riunioni de visu possa essere trasportato parimenti nel mondo virtuale. Ciò che si fa nel digitale deve essere pensato in modo digitale, non in modo fisico. Se voglio parlare una lingua non posso accontentarmi della traduzione maccheronica, ma devo affinare conoscenze, prendere lezioni, affidarmi a chi possa consigliarmi. E non devo temere di cambiare il mio progetto solo perché comparirà diverso da quello che avevo ideato o ero solito fare.

L’altro grande errore è credere che in fondo a casa si stia più comodi, non si abbia molto da fare, si sia più concentrati… Certo! Magari all’inizio! La situazione di quarantena ci ha portato a modificare le nostre abitudini più velocemente di quanto pensassimo, ci ha insegnato (anche se non ce ne rendiamo conto) a riorganizzare la nostra giornata. Così nel giro di qualche settimana è tornato lo stress quotidiano, si sono riaffacciati i mille impegni e si è ripreso a far lezione e riunioni. Siamo ormai oberati!

 

La tecnologia aiuta, ma non sostituisce.

La tecnologia aiuta a vivere, ma non si sostituisce alla nostra vita. Al massimo la modifica, ma non è detto che ce la semplifichi.

È il discorso della inculturazione del Vangelo:  se voglio portare il Vangelo a una persona di etnia differente dalla mia non posso partire dalle mie categorie mentali e imporre all’altro la mia fede e le mie idee, ma devo considerare il suo linguaggio, la sua cultura, le sue abitudini e la sua esperienza di vita.

Simili attenzioni si devono considerare quando si scrive o quando si parla: il contenuto deve essere pensato nei tempi e nel linguaggio del mezzo che si vuole usare. Basti pensare a un discorso orale come un’omelia, un discorso motivazionale, una dichiarazione d’amore: non possono essere realizzati ed esposti come libro stampato, altrimenti, sia come linguaggio sia come tempi, perderei l’attenzione e la partecipazione dell’uditorio.

Lo hanno capito le scuole che hanno ridotto gli orari di lezione, lo hanno capito le altre istituzioni. Ma ancora molti gruppi formativi e conferenzieri non hanno compreso. Tutto però è da valutare in base alla formalità che si vuol dare al momento e all’illusione che ci si vuol creare che tutti saranno connessi e seguiranno effettivamente.

Forse fare un meeting o una lezione che duri ore in videoconferenza non credo sia cosa opportuna per chi ci ascolta, ma lo sarà per chi lo ha organizzato perché aiuterà a far crescere la propria autostima con l’utopica capacità di aver saputo tenere incollate delle persone per molto tempo allo schermo anche quando la pandemia ci stava lanciando una nuova sfida per l’essenzialità… ma in fondo a noi non è mai piaciuto quel passo del Vangelo in cui Gesù invita ad una spending review delle parole: “il vostro parlare sia si si, no no”.