Lc 2,41-51
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».
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Quanta dolcezza nelle parole di Maria una mamma preoccupata, scossa dall’apparente sgarbo operato dal figlio… ma non per questo si scompone. Maria ci insegna la dignità della persona che a volte perdiamo negli attacchi di rabbia, ci insegna anche come poter avere un risultato efficace pur utilizzando modi composti e privi di veleno, di turpiloqui, a cui invece noi più o meno ci abbandoniamo, se non con la bocca almeno con il pensiero.
«Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Maria non rimprovera Gesù accusandolo come spesso sono invece i nostri rimproveri. La Vergine parte invece da se stessa, dai suoi sentimenti e quelli del padre putativo, Giuseppe: eravamo angosciati, in preda alla paura perché noi abbiamo il compito di proteggerti, Dio ci ha dato il compito di starti accanto.
Chiedendo poi: perché ci ha fatto questo, Maria mette in condizioni il suo bimbo di fare memoria e chiamare per nome il suo atteggiamento. E il bambino risponde con lo stesso garbo. Si può quasi evincere che stare con Maria significa stare alla scuola della buona e della pacifica educazione.
Chi ha detto che per ottenere rispetto servono necessariamente atteggiamenti proibitivi, minacce o percosse?
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