Giovedì 25 Dicembre 2025 – Santo Natale del Signore (Messa dell’Aurora)
Commentiamo le letture della IV Domenica di Avvento anno A e il Vangelo secondo Lc 2,15-20
Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere».
Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
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Negli USA nelle rappresentazioni urban-church il Bambino spesso non c’è più, sostituito da cartelli “ICE was here” o fasce che parlano di famiglie in gabbia per protestare contro le politiche di immigrazione e le separazioni (segno di una società che ancora oggi mette i più fragili ai margini). È una scena che urla: c’è ancora chi non ha casa, chi è rifiutato, chi dorme sotto il cielo senza nessuna stella… mentre noi celebriamo la “pace in terra agli uomini di buona volontà”.
Che senso ha parlare di “Salvatore” tra mense natalizie di beneficenza e comunità che si sentono “ospiti non accolti”? Il Natale non è un tuffo nostalgico nel passato, ma un invito urgente a cercare il senso del dono qui e adesso.
La Messa dell’aurora, nel giorno del Natale del Signore, ci offre tre pillole di speranza dall’antico profeta Isaia, da Paolo e dai pastori. Isaia proclama: “Ecco, arriva il tuo Salvatore; egli porta con sé la ricompensa” (Is 62,11-12). Paolo ricorda che Dio non ci ha salvati per i nostri meriti, ma per la sua misericordia che rigenera (Tt 3,4-7). E Luca racconta una scoperta tanto semplice quanto sorprendente: i pastori “senza indugio andarono e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino… e si stupirono di ciò che era stato detto loro” (Lc 2,15-20).
In mezzo a tante luci di festa e ai “regali da consumare”, il presepe ci chiede di guardare dove non guardiamo mai davvero: nel basso, nella mangiatoia e non nel palcoscenico delle nostre conquiste, ma nella vulnerabilità di una Famiglia che non aveva un tetto. In quell’umiltà Dio ci mostra la sua strategia: non colpo di scena da grande potere, ma presenza concreta tra le nostre ferite quotidiane. San Leone Magno, commentando l’incarnazione, ci ricorda che «Dio si è fatto uomo affinché l’uomo potesse diventare Dio»… non nel senso di onnipotenza, ma nella possibilità di abitare l’altro, vedere il volto nei volti più umili, sentire compassione come Dio ha compassione di noi!
Ogni volta che chiudiamo gli occhi di fronte alla sofferenza di un vicino, di un migrante, di chi vive isolato, rischiamo di perdere Dio nel nostro presepe interiore. E ogni volta che apriamo la porta a chi è fuori, anche metaforicamente, facciamo spazio al piccolo Gesù che nasce, perché il dono di Dio non è un’idea astratta, ma una presenza che si concretizza nel gesto di accoglienza. In questo senso, lo stupore dei pastori diventa la nostra esperienza possibile: stupirsi non perché tutto è facile, ma perché in mezzo alle nostre contraddizioni Dio sceglie di venire a casa nostra.
È un invito a restare svegli, a riconoscere nelle relazioni di ogni giorno l’arrivo di quel Salvatore che possiamo incontrare nel volto di chi ci chiede attenzione, rispetto, dignità: in chi è fragile, in chi soffre silenzioso, in chi bussa alla nostra porta perché stanco di aspettare qualcuno che dica “tu sei benvenuto”.
don Domenico Bruno
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