Martedì 24 Marzo 2026 – V settimana di Quaresima anno A
Nm 21,4-9 | Gv 8,21-30
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». Dicevano allora i Giudei: «Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: “Dove vado io, voi non potete venire”?».
E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati».
Gli dissero allora: «Tu, chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che io vi dico. Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare; ma colui che mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udito da lui, le dico al mondo». Non capirono che egli parlava loro del Padre.
Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». A queste sue parole, molti credettero in lui.
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In questi giorni si è discusso di come la solitudine non sia più un incidente di percorso, ma una condizione cronica per molti di noi. Ci sentiamo connessi a tutto, eppure isolati in una bolla. Ma cosa succede quando la vita ci “morde” davvero, come i serpenti nel deserto della prima lettura?
Gli Israeliti, nel Libro dei Numeri, iniziano a mormorare. Sono stanchi, il cibo “leggero” non gli basta più, hanno nostalgia di una schiavitù che almeno dava certezze. Quante volte anche noi preferiamo restare schiavi di un’abitudine, di quella zona di comfort che ci intossica, piuttosto che rischiare la libertà.
Dio manda dei serpenti, ma non per punire, quanto per farci accorgere che camminiamo guardando solo i nostri piedi. Eppure la salvezza arriva da un serpente di bronzo innalzato su un’asta. Per guarire, gli israeliti non devono scappare, devono guardare in faccia ciò che li ha feriti. Anche Gesù nel Vangelo ci dice: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono».
Ai tempi di Gesù, l’innalzamento era il supplizio più infame, ma per gli ebrei il “serpente sull’asta” ricordava che Dio trasforma il veleno in medicina. Immaginiamo la vita come una sedia a cui hanno segato una gamba: restiamo in equilibrio precario, tesi, col fiato corto per non cadere.
La Quaresima è il momento in cui smettiamo di cercare di stare in equilibrio da soli su quella sedia sgangherata e accettiamo di appoggiarci a Lui. Convertirsi significa cambiare lo sguardo: non più fissi sul nostro fallimento, ma rivolti verso l’Alto.
Sant’Agostino diceva che “il Signore è più intimo a me di me stesso”: Lui abita proprio quel vuoto che cerchiamo di riempire con mille distrazioni. Nelle nostre amicizie spesso siamo “tossici” perché pretendiamo che l’altro guarisca la nostra solitudine. Ma solo chi è stato guarito dal guardare Cristo innalzato può amare senza possedere.
Non aver paura di ammettere che ti senti a terra. Ricorda: il fondo è solo il punto da cui puoi darti la spinta per tornare su.
Ti senti pronto a staccare gli occhi dal tuo fallimento e a guardare finalmente verso l’Infinito che ti aspetta?
don Domenico Bruno
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