Giovedì 5 Marzo 2026 – II settimana di Quaresima anno A
Ger 17,7-8 | Lc 16,19-31
In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».
*
E se in questo tempo di Quaresima ci confrontassimo con la nostra indifferenza come davanti a un povero alla porta?
Quante volte ci scrolliamo via alcune richieste di aiuto semplicemente dicendo: “passerà”, magari perché vogliamo di prenderci responsabilità scomode.
Nel Vangelo di oggi, Gesù ci mette davanti la figura del ricco e di Lazzaro: uno che vive nel lusso, ignaro della sofferenza accanto a lui, e un altro che giace nella sporcizia e nelle piaghe, riconosciuto solo dai cani. È una scena forte, che ci parla dritto al cuore perché è la realtà di chi passa oltre, di chi chiude gli occhi, di chi mette al centro il proprio benessere.
Il profeta Geremia anticipa questa chiamata: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore… come un albero piantato lungo un corso d’acqua… le sue foglie rimangono verdi…”. Quaresima non è modificare qualche abitudine, ma riconoscere che c’è un abisso tra la ricchezza egoistica e la capacità di guardare l’altro.
Hai presente un albero piantato vicino a un corso d’acqua: mentre tutto intorno langue, quell’albero resta verde, perché le sue radici attingono a una sorgente che non si esaurisce. Così siamo chiamati a cercare la sorgente che è Cristo, a lasciare che il nostro cuore si purifichi, a non voltare lo sguardo davanti alla sofferenza di chi ci chiede dignità, ascolto, tempo.
Oggi quel povero alla porta potrebbe essere un compagno ignorato, chi soffre in silenzio sui social, chi non trova parole reali di appoggio. La Quaresima è tempo per lasciare che le nostre radici affondino in Cristo, così che la nostra vita possa portare frutto e non restare arida.
“Nella vita tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali”: ascoltiamo questa verità e apriamo il nostro cuore all’infinito che ci attende in Cristo.
don Domenico Bruno
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