InstaVangelo dell’1/10/2026

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Giovedì 1 Ottobre 2026 – XXVI Domenica TO – anno A

Gb 19,21-27b • Lc 10,1-12

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.

In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.

Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».

*

Quante volte diciamo di volere la pace, ma poi siamo noi i primi a portare guerra nelle relazioni?

Una parola detta male, un messaggio buttato in chat senza pensarci, o magari una risposta che potevamo evitare. La pace non comincia nei grandi vertici internazionali. Comincia molto più vicino. Nella nostra bocca, nelle nostre reazioni, nel modo in cui trattiamo chi abbiamo davanti.

Gesù manda i suoi discepoli «a due a due». Non da soli. E appena entrano in una casa devono dire: «Pace a questa casa!». Non devono imporsi. Devono portare qualcosa che cambia l’ambiente. L’offerta di pace è una proposta che deve essere accettata, non imposta. Infatti Gesù comanda di andar via se qualcuno non accetta la pace.

Essere operatori di pace non vuol dire evitare un conflitto, ma significa non lasciare che il conflitto abbia l’ultima parola.

E questo è importante anche per Giobbe che, soffrendo, chiede ai suoi amici di avere pietà. Non nasconde il dolore. Eppure, dentro quella sofferenza, riesce ancora a dire: «Io so che il mio redentore è vivo».

La speranza non cancella le ferite. Le attraversa.

Anticamente, quando un ospite entrava in una casa, il saluto di pace aveva un significato concreto. Diceva che quella presenza non veniva per prendere, ma per portare bene.

Santa Teresa di Gesù Bambino ha vissuto proprio così. La sua «piccola via» non è fatta di gesti spettacolari, ma di piccoli atti d’amore. «Gettare a Gesù i fiori dei piccoli sacrifici», scriveva.

Il Signore non ti chiede di cambiare il mondo tutto insieme. Entra nella giornata portando pace. Offri un sorriso, una resa, un gesto gentile a qualcuno con cui vivi la quotidianità, affinché, uscendo da una stanza, da una chat, da una relazione, possa lasciare un po’ più di pace di quella che hai trovato.

don Domenico Bruno

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